martedì 25 gennaio 2011

lunedì 27 dicembre 2010

Discorsi d'autore. Intervista realizzata da Video Sicilia, sul controverso caso giudiziario che ha vissuto Gaspare Navarra.


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sabato 29 maggio 2010

Presentazione

Il mio nome è Gaspare Navarra, nato e residente a Castellammare del Golfo (TP). Attualmente sono ristretto in esecuzione pena definitiva presso la Casa Circondariale di Trapani, in esecuzione di una condanna all'ergastolo. Sono stato condannato con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione nel mese di Luglio 2000 e fino ad oggi ho scontato la mia condanna. Spero un giorno di ricevere giustizia, mi sono sempre professato innocente e lo sono realmente. Non mi sono mai sottratto alla giustizia, essendo sempre stato presente ad ogni arresto e ad ogni udienza, sia quando le udienze venivano celebrate con me agli arresti in carcere o ai domiciliari, sia da libero. Ho perfino segnalato io stesso l'errore commesso dall'ufficio matricola del carcere di Trapani quando nel Luglio del 1997 sono stato rimesso in libertà per sbaglio. Il mio iter processuale è stato molto articolato, e di seguito scrivo i dati essenziali per evidenziare la mia correttezza e la mia continua fiducia nella magistratura, fiducia che ancora nutro profondamente perché sono sicuro che la verità emergerà ed un giorno, spero non molto lontano, riceverò quello che mi è stato tolto in modo atroce in tutti questi anni.

Il 30/08/1996 sono stato tratto in arresto con l'accusa di essere il mandante di un furto ai danni dei coniugi Gargagliano residenti a Castellammare del Golfo, furto avvenuto nel mese di Aprile del 1996, degenerato in duplice omicidio.
Dopo 27 giorni il Tribunale della libertà di Palermo, mi concesse gli arresti domiciliari, fino al 03/12/1996, quando, a seguito di altre dichiarazioni del mio accusatore, fu emesso un altro mandato di cattura, questa volta con l'accusa di essere il mandante di duplice omicidio. Fui riportato in carcere fino al 31/07/1997, quando con sentenza della Corte di Cassazione sono stato rimesso agli arresti domiciliari. Nel frattempo sono stato rinviato a giudizio, e subito dopo iniziarono le udienze presso la Corte di Assise di Trapani. Dopo varie sedute, dove furono ascoltati molti testimoni sia di accusa che di difesa, la stessa Corte presieduta dal Dott. Gaetano Trainito, il 27/03/1998, mi assolse dal reato di essere il mandante del duplice omicidio, per non aver commesso il fatto. Preciso che sin dall'inizio di questa triste vicenda, i parenti delle vittime non si sono costituite parte civile nei miei confronti, perché sicuri della mia innocenza. La Procura di Trapani e la Procura Generale della Corte di Appello di Palermo, non contenti del verdetto di assoluzione, si appellarono. Il processo iniziò nel mese di Aprile del 1999, presso la Corte di Assise di Palermo, presieduta dal Dott. Innocenzo La Mantia, si concluse il 27/09/1999 con il ribaltamento del verdetto di primo grado e fui condannato alla pena dell'ergastolo. Venni arrestato all'istante, nella stessa aula di giustizia dove come sempre ero presente, anche se libero nella persona. Dall'arresto iniziale sono passati quasi 14 anni, e malgrado la mia estraneità ai fatti ho mantenuto sempre una buona condotta, esente da sanzioni disciplinari. In carcere ho sempre svolto molte attività, sia lavorative che culturali, in modo da impegnare proficuamente le giornate. Finalmente nel Maggio del 2006, avendo acquisito nuove prove, che dimostravano la mia innocenza, attraverso i miei legali, presentai istanza di revisione presso la Corte di Appello di Caltanissetta, competente territorialmente, e nel Dicembre dello stesso anno la mia richiesta fu accolta. Il nuovo processo iniziò nel mese di Marzo 2007, la Corte era presieduta dal Dott. Salvatore Cardinale, furono celebrate innumerevoli udienze ed ascoltati tutti i nuovi testimoni. Nessuno di loro testimoniò a favore dell'accusa, cosicché fino all'ultimo giorno ebbi la certezza che finalmente l'incubo stesse per finire, ma purtroppo per me mi sbagliavo. Il 17/11/2008 il processo di concluse con la conferma della condanna, i miei avvocati proposero l'appello verso la Corte di Cassazione, ma anche in questo caso l'esito fu negativo. Come scritto prima, durante la pena ho mantenuto una buona condotta, e a seguito di ciò, dal mese di Gennaio del 2009 usufruisco di permessi premi, vado a casa ogni 40 giorni circa gioendo con la mia famiglia. Da quel momento fingo di essere imbarcato su una nave, ogni volta che vado in permesso è come se sbarcassi. Non smetterò mai di lottare per la verità, ed a costo di apparire pazzo, sono sicuro che sarà fatta giustizia. Questa condanna all'ergastolo è un'ingiustizia troppo grave, ed è per questo che lotto affinché venga rotto il silenzio che regna su questo processo, nella speranza che si smuova la coscienza di qualche magistrato "giusto". La missione di ogni magistrato è quella di far condannare i colpevoli, ma un magistrato sarebbe molto più meritevole se riuscisse a provare l'innocenza di chi ha subito una condanna ingiusta come è accaduto a me. La fede in Dio ed il non dover rispondere alla mia coscienza sono le due cose che mi danno la forza per affrontare questo calvario quotidiano da ben 14 anni. Tuttavia è dall'inizio della mia carcerazione che mi pongo una semplice domanda: perché sono in carcere non avendo nessuna colpa? La risposta la trovo ogniqualvolta incontro persone disperate, sconfortate, depresse, autolesioniste. Io, piuttosto che disinteressarmi, in quanto uomo di fede faccio di tutto per occuparmi di loro. Sono sempre disposto ad ascoltarli e, per quanto possibile, sto accanto a queste fragili persone, in modo da portare un po di colore nella loro vita. Tra le tante vicende tristi che ho avuto modo di vivere ne racconto alcune.

Nel mese di Dicembre del 1997 arrivai presso la Casa circondariale di Trapani. Non appena entrato in cella, ero talmente stanco che non chiesi neanche il permesso prima di posare i miei indumenti, una grave scortesia secondo l’uso carcerario. In quella cella c’erano due persone, una aveva un carattere molto mite, l’altra invece mi guardò in modo strano, esclamando: <<È arrivato il padrone del pastificio!>>. Al che io risposi alla sua prevaricazione e mancò poco che arrivassimo alle mani.

Dopo un po’ gli animi si calmarono, mi fecero il caffè e mi accorsi che su un letto c’era la Sacra Bibbia. Così chiesi di chi era, e quello più sgarbato mi rispose che era la sua. Dopo un po’ gli dissi che iniziavo a pregare e andato a letto, quel ragazzo mi chiese se poteva pregare con me.

Quella sera si è conclusa pregando insieme.

Tutti i giorni che seguirono, pregavamo insieme e pian piano quel ragazzo si convertì. La cosa mi rese molto felice ma la prova della sua conversione la ebbi dopo circa sei mesi, quando, mentre andavamo al passeggio un agente lo fece arrabbiare e lui perdendo il controllo bestemmiò il Signore. A differenza di prima, in cui non faceva caso ad ogni bestemmia, quella volta si rattristò molto e quando arrivò al passeggio si rannicchiò in un angolo e si mise a piangere. Questo è stato il vero momento della sua conversione.

Da quando è uscito sono passati dieci anni, si è messo a lavorare insieme a sua moglie in un negozio di frutta ed ha abbandonato totalmente la vita delinquenziale.

Era il mese di Febbraio del 2000 quando mi trovavo nella Casa circondariale Ucciardone. Un giorno fui chiamato dalla Dott.ssa Volpes, la psicologa dell’istituto. Riconoscendo il mio equilibrio mi chiese di stare accanto ad un detenuto molto depresso che andava avanti assumendo psicofarmaci. Iniziai così ad ascoltarlo, e nei momenti più tristi lo confortavo. Questo mio modo di stargli accanto gli diede molta forza e dopo poco tempo tutti si meravigliarono dei risultati positivi, compresa la Dott.ssa Volpes. Infatti quell’uomo anche se lentamente ritrovò il suo equilibrio e non fece più uso di psicofarmaci, affrontando la privazione della libertà con molta dignità. Cominciò anzi a progettare costruttivamente quello che avrebbe fatto dopo la sua scarcerazione.

Nel mese di Gennaio 2001 fui trasferito presso la Casa di reclusione di Augusta. Dopo alcuni mesi fui chiamato dal cappellano, Padre Maurizio, che mi disse era arrivato un detenuto che asseriva di avermi conosciuto all’Ucciardone e chiedeva perciò di stare in cella da solo con me altrimenti l’avrebbe fatta finita. Io l’accettai subito e lo vidi entrare in cella sulla sedia a rotelle perché a causa dell’anoressia non riusciva a reggersi in piedi. Subito dopo mi chiamò l’ispettore dicendo che mi avrebbero dato incarico di piantone a pagamento per assistere questa persona. Io dissi che lo avrei fatto volontariamente perché mi sembrava ingiusto essere pagato per assistere qualcuno in difficoltà. Quando tornai in cella misi a punto una strategia per farlo tornare ad assumere cibo: arrivata l’ora di cena mi misi ai fornelli, preparai un minestrone leggero (considerato che non mangiava da tempo) ed apparecchiai la tavola. Lui mi disse che non aveva voglia di mangiare, allora io non insistetti, tolsi tutto e quella sera non cenai, dicendogli che avrei mangiato solo quando avesse mangiato anche lui. L’indomani a pranzo si ripetè la stessa scena, lui non mangiò e neanche io. La sera tuttavia iniziò a sentirsi in colpa e così, per farmi cenare, si mise a tavola e cominciò ad assumere del cibo. La stessa cosa avvenne l’indomani e, anche se poco alla volta, riprese a mangiare regolarmente. Per farla breve dopo circa un mese, con l’ausilio delle stampelle, abbandonò la sedia a rotelle e dopo circa 3 mesi fu talmente in forma da iniziare a lavorare.

Nel mese di Luglio del 2003, sono stato trasferito presso la Casa di reclusione di Favignana, e anche lì tra le tante persone che ho avuto modo di incontrare ce n’è stata una emarginata da tutti perché si trovava in carcere per aver ucciso suo padre. Trascorreva le giornate sempre solo ed era molto silenzioso, il senso di colpa lo perseguitava continuamente. Io allora l’ho avvicinato e con molta discrezione, poco a poco, sono riuscito ad instaurare un certo dialogo. Dopo un po’ di tempo gli è stato concesso l’art.21 insieme a me, che consiste nel poter lavorare all'esterno del carcere e quasi tutti i giorni pranzava con me insieme alla mia famiglia e, finalmente l’ho visto sorridere.

Nel mese di Agosto del 2009 sono stato trasferito di nuovo presso la Casa circondariale di Trapani e dopo circa 5 mesi sono stato assegnato in una cella dove ho travato alloggiato un ragazzo trapanese di 28 anni, accusato di avere commesso una rapina ai danni del suo datore di lavoro, lui asseriva che voleva solamente recuperare il denaro che gli spettava per il lavoro fatto e che il suo datore di lavoro si riufiutava di dargli. Comunque questo ragazzo veniva da un passato molto difficile, fatto di disagi e sofferenze, i suoi genitori sono separati e lui stesso è separato dalla sua convivente ed è padre di un bambino di 5 anni. L’ho trovato in uno stato di depressione aggravata perché non fa colloqui e non vede il suo bambino da quando è recluso. Io allora, come sempre, non mi sono sottratto dallo stargli accanto, lo ascolto e per quanto possibile sto cercando di aiutarlo ed anche se ogni tanto ha qualche ricaduta è migliorato tantissimo, e quotidianamente si mette in preghiera accanto a me.

Da parte mia ho affrontato il carcere con molto coraggio che proviene sia dal non dover rispondere alla mia coscienza, sia dalla fede in Dio che giorno per giorno si è sempre più rafforzata. Queste due cose mi rendono un uomo libero anche se recluso dietro le sbarre, facendomi volare aldilà delle mura perimetrali anche se solo con la fantasia. Questo mio scritto deve servire, oltre che a conoscere la mia vicenda giudiziaria, anche a conoscere l'ambiente penitenziario ed il mondo carcerario affinché quella parte di società benpensante, che sconoscendo questo ambiente, nutre dei pregiudizi e considera questo micromondo come un problema non suo. Il carcere non è soltanto un edificio, ma un luogo in cui si trovano anche delle persone. Persone, prima che carcerati, con la loro storia, una loro famiglia, una loro appartenenza sociale. Persone che hanno "sbagliato", ma sempre persone. Questa affermazione può suscitare scalpore in coloro che considerano quest'orbita inesistente. Sono in molti a sostenere che in carcere ci sono solo "delinquenti" e basta. Che non si deve provare pietà, che bisogna solo infliggere pene dure, che qualcuno deve "marcire" carcere, e che addirittura, in certi casi, ci vorrebbe la pena di morte. Il mio desiderio sarebbe quello che la società esterna partisse dalla persona riflettendo sul fatto ogni uomo ha una sua storia. Un suo passato, un suo presente ed un suo futuro. Ogni uomo nasce, cresce e vive in un determinato contesto sociale, che offre opportunità e limiti, abitudini e condizionamenti. Ogni uomo è libero e responsabile, ma la responsabilità e la libertà possono essere corrotte, impostate negativamente dall'egoismo, dall'ignoranza, dalla mancanza di punti di riferimento positivi. La detenzione ha come obiettivo la rieducazione, la preparazione ad affrontare in modo diverso, migliore, il domani, tornando in libertà. I soliti benpensanti diranno che, tanto, "quelli" non cambiano mai ed appena fuori saranno come prima o peggio di prima. Queste affermazioni vengono supportate da casi di cronaca che raccontano di "delinquenti abituali" che entrano ed escono dal carcere. Molto spesso mi chiedo: perché si parla solo e sempre di questi e non di tutti coloro che, scontata la pena, sono riusciti o riusciranno a rifarsi una vita in modo positivo? Forse perché fa sempre più notizia e più rumore l'albero che cade piuttosto che la foresta che cresce. Io non mi arrenderò mai, lotterò affinché venga fatta giustizia, e lotterò anche per far capire a chi leggerà quanto scrivo che le persone in carcere non sono un "prodotto scaduto" che bisogna buttare, bensì delle persone alle quali bisogna stare vicino per aiutarle, un giorno, a ritornare migliori di prima. Essere detenuti significa partecipare ad un evento della nostra vita, che in ogni caso ci obbliga ad una sosta, che sicuramente ci dà modo di riflettere sul cammino che abbiamo fatto e che intendiamo fare. La mia più grande sofferenza non è stata la privazione della libertà perché, come detto prima, non ho alcuna colpa. Io non ho sbagliato ma ha sbagliato colui che mi ha accusato e coloro che lo hanno creduto. E' da quando vado in permesso che vorrei portare avanti un progetto che spero di vero cuore approdi a qualcosa di positivo.

Assisto con molto dolore all’arresto di giovani che hanno commesso reati, principalmente spaccio di stupefacenti e rapine. Reati la cui causa spesso risale a cattive compagnie ed al bisogno di procurarsi denaro per comprare dosi di droga per uso personale. Questi ragazzi, nel loro soggiorno in carcere, non fanno altro che istruirsi su come continuare a commettere reati al momento della loro scarcerazione. Infatti per questi giovani il carcere non è un deterrente, bensì una scuola dove i cattivi maestri insegnano come migliorarsi in negativo. Con l’approvazione della direzione del Carcere, del Magistrato di Sorveglianza e degli organi preposti, vorrei partecipare a delle assemblee presso gli istituti scolastici della Provincia di Trapani per portare a questi ragazzi un messaggio educativo, facendo conoscere in che cosa consiste il carcere e la privazione della libertà. Dando loro dei consigli affinché nella loro vita non percorrano mai vie che portano a questo luogo di perdizione. Vorrei consigliare a questi ragazzi che è sempre meglio scegliere la via giusta piuttosto che la via facile o la via veloce. Il carcere di solito porta gli elementi forti e di una certa età a riflettere. Sia negativamente che positivamente a seconda della maturità acquisita, ma distrugge e porta alla perdizione gli elementi giovani e fragili. Questo compito lo sento come un obbligo verso questi ragazzi che spesso crescono viziati e poco impegnati.

Spesso sono troppo insicuri e pensano che la vita sia tutta rose e fiori, avendo difficilmente la capacità di distinguere il bene dal male. Di solito, per colpa di genitori molto permissivi, i risultati educativi sono terribili. Io non intendo sostituirmi a chi li educa, ma desidero far giungere un messaggio che li porti a riflettere affinché proseguano, nel cammino della loro vita, rispettosi delle leggi e delle regole che si impongono ad una società civile. Li vorrei portare ad abbandonare l’egoismo per essere costruttivi in ogni contensto sociale da loro vissuto. Tutto ciò, se da loro accettato, è un modo valido per portare la società futura ad avere dei buoni imprenditori, dei buoni amministratori, e dei buoni cittadini in generale. E se ciò avverrà, finalmente sentirò di poter dare un senso alla mia ingiusta carcerazione.